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Secondo le Nazioni Unite la vera crisi da affrontare non è il calo delle nascite bensì il fertility gap

  • Immagine del redattore: Eleonora Voltolina
    Eleonora Voltolina
  • 22 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

E se smettessimo di parlare di calo dei tassi di fecondità e di culle vuote, e iniziassimo a parlare invece di fertility gap? Il “divario di fecondità” è lo scarto tra il numero di figli che le persone vogliono avere e il numero che effettivamente hanno. Non si tratta solo del messaggio principale di questa piattaforma, The Why Wait Agenda, ma anche della posizione delle Nazioni Unite: infatti l'UNFPA (il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) inquadra la discussione esattamente così, intitolando il suo ultimo Rapporto sullo stato della popolazione mondialeLa vera crisi della fecondità: la ricerca dell'autonomia riproduttiva in un mondo che cambia”.


Il cambio di prospettiva è più che mai urgente: anziché ricadere nelle solite banalità incolpando le donne per il calo delle nascite, o alimentare i timori di collasso demografico, c'è bisogno di un quadro più costruttivo. Collegare i bassi tassi di natalità al panico per la tenuta dei sistemi previdenziali, o per la stabilità sociale in un mondo sempre più multietnico, non fa che oscurare il vero problema: le politiche e i fattori che influiscono sulle scelte riproduttive delle persone. Questa ansia demografica ci distoglie dalla vera crisi: permettere alle persone di realizzare i propri progetti di famiglia.


Dovremmo invece iniziare a considerare i tanti ostacoli che impediscono alle persone di formarle, queste famiglie. Ostacoli che possono consistere in «precarietà economica, discriminazione di genere, mancanza di supporto da parte del partner e delle comunità, bassa qualità dell'offerta sanitaria in materia di salute sessuale e riproduttiva, barriere di accesso a servizi come l'assistenza all'infanzia o l'istruzione a prezzi accessibili, e pessimismo rispetto al futuro». Ognuna di queste barriere è una questione politica a sé stante, e contribuisce al fertility gap.


Perché i tassi di fecondità non sono sempre «il frutto di una libera scelta». Anche nei Paesi più avanzati e liberali siamo ancora lontani da una effettiva «autonomia riproduttiva» che consiste, come precisa l'UNFPA, nella «capacità di ogni persona di fare scelte libere e informate su sesso, contraccezione e costruzione di una famiglia – se, quando e con chi vuole».


Proprio sulla base di questa comunanza di valori e di visione, il rapporto dell'UNFPA è stato una delle due pubblicazioni (l'altra era il “Fertility policy and practice: a Toolkit for Europe”dell'Economist) presentate all'evento che The Why Wait Agenda ha realizzato al Parlamento Europeo lo scorso dicembre. Il rapporto, firmato dalle ricercatrici Amanda Chatata, Nyovani Madise, Monika Mynarska, Anita Raj, Agnese Vitali (che era anche presente come relatrice all'evento) e Rebecca Zerzan, e corredato da acquerelli di Graham Dean, Marianna Gefen, Cyan Haribhai e Stina Persson, è una lettura interessantissima. Presenta i risultati di una ricerca originale, condotta dall'UNFPA e dall'istituto di ricerca YouGov, incentrata sulla capacità delle persone di realizzare le proprie aspirazioni riproduttive e di costruirsi una famiglia. Le risposte sono state raccolte in quattordici Paesi: Corea, Thailandia, Italia, Ungheria, Germania, Svezia, Brasile, Messico, Stati Uniti, India, Indonesia, Marocco, Sudafrica e Nigeria.


La posizione che l'UNFPA difende pubblicamente è che ogni individuo debba poter fare in libertà le proprie scelte riproduttive, intese sia come la scelta di non avere figli – evitando le gravidanze tramite la contraccezione e interrompendo quelle indesiderate tramite l'aborto legale e sicuro – sia come la scelta di averne. Entrambe dovrebbero essere considerate diritti riproduttivi, come espresso anche in un punto del Pledge di The Why Wait Agenda.


«Uomini e donne affrontano rilevanti ostacoli nel realizzare le proprie aspirazioni di fecondità. Eppure la retorica popolare, così come il dibattito pubblico, continuano ad attribuire la responsabilità del calo dei matrimoni e delle nascite esclusivamente alle donne», si legge nel rapporto: «Il mondo dei media, dell'università e della politica continua a dare per scontato che il calo della fecondità dipenda dalle scelte delle donne; e però contemporaneamente anche che le donne riportino i propri desideri interiori in maniera inaffidabile».


Abbiamo davvero bisogno di più parità di genere, anche quando si parla di fertilità: le scelte riproduttive non riguardano solo le donne, e la lotta per i diritti riproduttivi non dovrebbe essere condotta solo dalle donne, o per le donne. Avere figli è una questione complessa, una scelta che raramente viene presa da soli; inoltre, nulla vieta che la stessa persona sperimenti la mancanza di libertà riproduttiva in un certo senso (ad esempio, non potendo accedere alla contraccezione o all'aborto) in un certo momento della sua vita, e in un altro senso in un altro momento della vita – ad esempio, non potendo accedere alla procreazione medicalmente assistita. E sopratutto l'idea che «le gravidanze indesiderate possano essere una soluzione, a livello micro, alla ridotta capacità riproduttiva o, a livello macro, ai bassi tassi di natalità » è del tutto fuori luogo: «La risposta è no» afferma il rapporto senza tentennamenti.


In conclusione: «Ovunque è presente un divario tra la fecondità desiderata e quella raggiunta – e in alcuni luoghi questo divario è un abisso» (sebbene sia anche vero che «un numero crescente di persone sceglie volontariamente di non avere figli»). In alcuni luoghi più che in altri: «Solo l'1% degli intervistati sotto i 50 anni in Italia si aspetta di avere più figli di quanti desideri», ad esempio, «rispetto a ben il 14% che ha dichiarato di aspettarsi di averne meno di quanti avrebbe idealmente scelto». Insomma un italiano su sette è già consapevole che sperimenterà in prima persona il fertility gap. E molti altri lo sperimentano – senza averlo messo in conto.


Ma in questo momento è aperta, secondo l'UNFPA, una «finestra di opportunità politica»: «L'azione politica può rimuovere le barriere, o almeno alcune, in modo che individui e coppie possano realizzare le proprie aspirazioni riproduttive – quali che siano». Come? «Sono necessarie politiche migliori», ammonisce il rapporto, «per consentire alle persone sia di prevenire gravidanze indesiderate, sia di avere figli quando sono pronte. Entrambi questi bisogni possono essere soddisfatti assicurando la disponibilità dell'intera gamma di servizi per la salute sessuale e riproduttiva, che idealmente dovrebbe essere ben integrata nei sistemi sanitari di base».


Si tratta di un aspetto cruciale: dato che nei Paesi avanzati le gravidanze tardive stanno diventando la norma (anche perché «l'età effettiva in cui i giovani riescono a raggiungere l'indipendenza economica e fare figli è spesso più elevata dell'età in cui la fertilità è al suo massimo, e anche dell'età considerata ideale dai giovani stessi» per diventare genitori), non bisogna dimenticare che «rimandare la maternità fa aumentare la possibilità che insorgano problemi di infertilità, che riducono notevolmente le possibilità di concepimento».


Il problema qui è anche la mancanza di consapevolezza, perché «le persone spesso non sono consapevoli dei limiti di età biologici per la fertilità: sopravvalutano le probabilità di gravidanza quando si è avanti con gli anni, e anche l'età in cui la fertilità maschile e femminile iniziano a diminuire». Per questo è importantissimo includere la fertilità tra i temi dell'educazione sessuale – e puntare anche a fasce di età più avanzate, come 25-29 e 30-35, per far conoscere le opzioni di preservazione della fertilità e di medicina riproduttiva (anche se, naturalmente, «la riproduzione medicalmente assistita non può essere l'unica soluzione, a lungo termine, per permettere alla gente di avere i figli desiderati in età avanzata»).


A questo proposito, l’UNFPA sottolinea anche come ci siano specifici gruppi di cittadini a cui viene spesso negato l’accesso alla procreazione medicalmente assistita, in molti Paesi «riservata alle coppie eterosessuali sposate in età riproduttiva». Una situazione ingiusta, con ampi margini di miglioramento: «In questa sfida c’è un’opportunità: la possibilità di rendere paritario l’accesso alle cure per la fertilità per coloro che ne sono attualmente esclusi, siano essi minoranze etniche, persone economicamente svantaggiate, membri della comunità LGBTQIA+ o individui single che cercano un percorso non convenzionale verso la genitorialità».


Naturalmente non basta aprire l'accesso alla riproduzione assistita per risolvere il problema del fertility gap. È necessario anche investire e promuovere «solidi sostegni al reddito per le famiglie, e stabilità occupazionale», «politiche family-friendly nei luoghi di lavoro», «congedi di paternità», «equilibrio tra lavoro e vita privata per tutti i lavoratori, non solo i genitori, in modo da attenuare lo stigma legato all'effettivo utilizzo dei congedi da parte dei genitori». E molto altro ancora.


In ultima analisi, lavorare per cancellare il fertility gap e consentire alle persone di fare le proprie scelte riproduttive liberamente e in sicurezza è un affare complesso. Non è facile, non é economico, e non può essere risolto con un approccio rapido e universale. Ecco perché è essenziale costruire alleanze tra coloro che condividono valori e obiettivi, così com'è successo quando The Why Wait Agenda ha portato il report dell'UNPFA al Parlamento europeo, presentandolo a una platea fitta di persone – tra cui non pochi policy-maker – che hanno a cuore non solo la natalità “di per sé”, ma i diritti riproduttivi e sessuali e la libertà di scelta. [il report dell'UNPFA è stato inizialmente pubblicato in due lingue – inglese e francese – e poi tradotto in spagnolo, russo e arabo. Tutte le versioni sono disponibili sul sito. Poiché non è ancora disponibile una versione in italiano, tutte le frasi virgolettate tratte dal report presenti in questo articolo sono state tradotte dall'autrice. Nelle versioni di questo articolo in inglese e francese, invece, i virgolettati sono quelli originali]

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Questo articolo, come tutto il sito di The Why Wait Agenda, è stato prodotto dall'associazione Journalism for social change, un'organizzazione che crede in un giornalismo impegnato e partecipe, che possa dare tramite l'informazione un punto di vista laico e progressista sui temi della fertilità e della genitorialità e far evolvere la nostra società rispetto a queste tematiche. L'associazione, senza scopo di lucro, si sostiene anche grazie ai doni dei lettori: donando una somma, anche piccola, permetterete a questo progetto di crescere e di raggiungere i suoi obiettivi.

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