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  • Eleonora Voltolina

Diritti riproduttivi: poter non fare figli, ma anche... poterne fare!

Aggiornamento: 16 dic 2022

Il diritto alla pianificazione familiare, componente chiave dei diritti alla salute riproduttiva e sessuale, è stato riconosciuto fin dalla fine degli anni Sessanta sia nei dispositivi legislativi per i diritti umani che nelle dichiarazioni internazionali. Poter scegliere di avere una vita sessuale attiva senza il rischio di una gravidanza indesiderata, avendo a disposizione un ventaglio di possibilità di metodi contraccettivi – e rigettare l’imposizione della astinenza come metodo contraccettivo – è un diritto riproduttivo indiscutibile.

In particolare, come sancito anche dall’Onu, il diritto a una vita privata e familiare implica il diritto a operare scelte autonome e riservate rispetto al momento e al numero dei figli. Ovviamente qui il “momento” è sopratutto inteso come una censura delle gravidanze precoci, delle spose bambine – milioni di ragazze nel mondo che si trovano costrette a diventare madri troppo presto. Ma, come vedremo, l’importanza di poter scegliere autonomamente il “momento” in cui mettere al mondo figli può anche essere considerata da un altro punto di vista. In ogni caso, indispensabile per rendere possibile questa scelta rispetto al momento e al numero dei figli è la concretizzazione del diritto a usufruire dei benefici del progresso scientifico; avere accesso alle tecnologie relative alla salute riproduttiva disponibili, compresi metodi anticoncezionali sicuri e sopportabili.


Un altro diritto riproduttivo indiscutibile è quello di poter scegliere di interrompere una gravidanza indesiderata, in una situazione sanitaria sicura, senza dover subire maltrattamenti psicologici, e soprattutto senza che l’azione dell’aborto sia considerata un reato per chi la sceglie e per il medico che la pratica. Secondo il report “No Exceptions, No Exclusions: Realizing Sexual And Reproductive Health, Rights and Justice For All” pubblicato nel 2021 dall’Onu, ci sono ancora 700 milioni di donne nel mondo che non hanno accesso a un servizio di interruzione volontaria di gravidanza legale e sicuro in caso ne abbiano bisogno.

E poter fare un figlio quando lo si desidera, senza dover subire pressioni indebite sul luogo di lavoro per posticipare questa scelta? Non doversi rassegnare a posticipare per cause esterne dalla propria volontà, ma trovare nel proprio Stato un alleato e condizioni culturali propizie? Non trovarsi obbligate a doversi sottoporre, come accade a una grande parte delle donne che cominciano a cercare un bambino dopo i 35 anni e alla maggior parte di quelle che cominciano dopo i 40, a cure e trattamenti per la fertilità che hanno numerosi effetti collaterali e una probabilità di successo non alta? Anche questo andrebbe considerato un diritto riproduttivo indiscutibile.


Non lo è, ancora. Non lo è perché l’emergenza – specie a livello internazionale, specie nei Paesi in via di sviluppo – è quella opposta: permettere alle donne di non fare figli, di non farli troppo presto, di non farne troppi. Ma guardando i dati sui tassi di natalità e l’età media al primo figlio è ora e tempo di rendersi conto che invece, nei Paesi industrializzati, i Paesi del cosiddetto “primo mondo”, il problema è anche quello contrario. Prima ce ne rendiamo conto, prima cominciamo ad agire per mettere questo problema nell’agenda politica, meglio è.


La Why Wait Agenda, a differenza di altre iniziative dedicate al tema del contrasto alla bassa natalità, ha un carattere profondamente laico e pro-choice.


Per questo nella nostra visione il diritto delle persone di fare figli, e di fare figli quando lo desiderano, senza subire ostracismi e rallentamenti e senza subire pressioni per posticipare, è indissolubilmente legato ai due fattori chiave dei cosiddetti diritti riproduttivi: l’accesso alla contraccezione e il diritto all’aborto.

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