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  • Maura Satta Flores

“Sono una mamma, sono un papà”: il racconto della conciliazione vita-lavoro va cambiato

Aggiornamento: 17 nov 2022

Maura Satta Flores* è la prima ospite della rubrica “Speakers' Corner” di The Why Wait Agenda

Il nuovo governo italiano ha appena dato i natali (è il caso di dirlo) al Ministero della natalità; la qual cosa, più che dividere in fazioni pro e contro ed essere ragione di facili ironie da social, ci dovrebbe spingere a riflettere sulle soluzioni che negli ultimi anni sono state offerte dalla politica per risolvere una delle più gravi crisi demografiche vissute dal nostro Paese.


I dati che Eleonora Voltolina nel suo – peraltro commovente – TedX ha rappresentato dovrebbero far tremare i polsi. Invece sulla crisi demografica c'è un silenzio assordante che scarta subito in ideologismo, va fuori tema sui diritti e quasi mai imbocca la strada delle soluzioni.


E le soluzioni, si sa, sono sempre una combinazione articolata di politiche, di pratiche, di differenti modalità di lavorare e vivere, e anche di comunicazione. Eh già, perché lo storytelling della genitorialità è stato penalizzato da una contrapposizione con il sacrosanto diritto alla non genitorialità. Sembra quasi che per tutelare chi legittimamente non vuole – o tristemente non è riuscito a – essere genitore, si debba far tacere chi invece lo è, e trascurare quindi nel racconto delle vite lavorative e personali questo elemento. Che però non è proprio un dettaglio.


Chi è genitore, infatti, destina una parte molto rilevante delle proprie risorse economiche al sostentamento della prole, indicativamente in Italia per 26 anni (i più fortunati qualcosa in meno). Risorse che chi non ha figli può impiegare in formazione, svago, investimenti.

Stesso discorso per il tempo: la vita di un genitore è scandita da impegni scolastici, sportivi e sociali legati ai figli, da incastrare con gli impegni professionali e personali; quelli sociali in genere sono un corollario.

Per non parlare delle "energie mentali" – il Mommy-brain è solo un esempio – che sono messe sempre a dura prova: spesso per trovare la concentrazione si finisce a lavorare in orari più che insoliti.


E se in alcuni casi questi carichi – economici, di tempo e mentali – sono equamente divisi tra i genitori, sappiamo bene che la parità nelle attività di cura è un obiettivo non ancora raggiunto in moltissime famiglie. Certo sono stati fatti tanti passi avanti, e molti ancora ne faremo, ma parlarne come se fosse già un dato di fatto è sbagliato; per cui queste incombenze, soprattutto di tempo e mentali, sono quasi esclusivamente sulle spalle delle mamme.


Bella novità, mi direte: fare figli è impegnativo! Peccato che questa considerazione ovvia si traduca in un aggravio notevole per le mamme che scelgono di continuare a lavorare, ma che non possono contare su una equa spartizione dei compiti. Ne discende che per raggiungere posizioni di rilievo – in politica, nelle professioni, in azienda – quelle madri quasi sempre abbiano faticato di più, si siano impegnate di più e abbiano potuto contare su risorse economiche inferiori per la propria formazione o aggiornamento professionale, e che proprio per questo possano e debbano rivendicare con orgoglio la propria genitorialità.


E questo che c'entra con la comunicazione, con la narrazione? C'entra, perché è importante cominciare a dire "Io sono una mamma, io sono un papà!", nei propri profili, sul posto di lavoro, ai colloqui, in politica.


Una volta mi è capitato di scrivere una mia breve biografia che cominciava con "Mamma di due figli", e proseguiva con quanto avevo realizzato nella mia vita professionale. Sapevo, nel momento in cui l'avevo scritta, che l'argomento sarebbe stato scivoloso, ma volevo sottolineare che tutto quel che avevo realizzato come donna lavoratrice era stato realizzato mentre mi occupavo di due figli. Lo trovavo un giusto riconoscimento al mio impegno.


Quel post è stato oggetto di critiche da parte di donne che ritenevano fosse poco "femminista", adducendo ragioni che proverò a verificare singolarmente.


«Indicare “mamma” nella descrizione pubblica e professionale distoglie l'attenzione dalle tappe e dai traguardi della carriera di una donna»: falso. Come appena illustrato, credo che una mamma lavoratrice sviluppi competenze maggiori (il progetto “Maternity as a master” di Riccarda Zezza ne è un esempio). Lavorare e crescere figli nello stesso tempo può essere considerato a tutti gli effetti un merito, sia per gli uomini sia per le donne, e soprattutto per queste ultime dato che sono ancora loro – noi – a occuparsi per la maggior parte della gestione dei figli.


«Indicare “mamma/papà” nella descrizione pubblica e professionale offende chi figli non ha potuto averne»: qui l'argomento è più complesso, e tocca in profondità i temi per cui è nata The Why Wait Agenda. Chi ha avuto figli si sente in generale fortunato e grato; accanto al rispetto nei confronti di chi per scelta non ne ha avuti, c'è solitamente anche un sentimento di empatia verso chi – per aver temporeggiato, per sorte, per la difficoltà dell'adozione in Italia – non è riuscito a diventare genitore.

Ovviamente chi non ha figli non è meno professionale, meno competente, meno capace. Ma ciò non toglie che per raccontare le individualità e le diversità di ciascuno sia necessario parlare anche della genitorialità, quando c'è. Così da creare uno storytelling nuovo, contemporaneo, libero, che possa anche diventare una delle soluzioni alla crisi delle culle vuote.


E ancora, «Indicare “mamma/papà” nella descrizione pubblica e professionale è inappropriato – perché essere genitori è democratico, può capitare a tutti, mentre i meriti sul lavoro bisogna guadagnarseli». Parzialmente vero: come abbiamo visto, chi ha meriti sul lavoro e anche figli ha un aggravio maggiore. Ma se una donna in una posizione rilevante è un esempio per le nostre figlie, e un simbolo da emulare, per la stessa ragione lo può essere una mamma che riesce a diventare premier, presidente della Commissione europea o astronauta, mentre tante altre a un certo punto gettano la spugna (tipicamente alla nascita del secondo figlio).


E in ultima analisi, perché mai i nostri figli non dovrebbero partecipare al racconto della nostra vita? In periodo di lockdown abbiamo sorriso vedendo bambini spuntare da videochiamate in diretta o dietro serissimi professori che ci aggiornavano sulla pandemia, europarlamentari allattare in aula per non perdere un voto importante e bambini salutare una mamma di nome Samantha Cristoforetti, che appunto partiva per andare a comandare la Stazione spaziale internazionale.


Partiamo da questa abitudine semplice ed economica: iniziamo a dire che siamo anche genitori, mamme e papà, se lo siamo. Iniziamo a condividere i sacrifici fatti e le strategie. Iniziamo a essere un esempio per quanti pensano di non farcela, e a comunicare a chi vorrebbe fare figli ed è frenato che una strada c'è. In salita, ma c'è. Non perdiamo il racconto di storie positive, di promozioni avvenute nel corso di una gravidanza, di capi che anziché discriminare e mobbizzare si rivelano alleati.


Perché fare figli è una questione anche collettiva: e chi non ha a cuore la dimensione collettiva?


E allora per combattere la denatalità cominciamo a comunicare la genitorialità, affinché più persone possibile possano scegliere liberamente di non rinviare nel tempo la realizzazione dei progetti familiari.

E poi iniziamo a pretendere politiche, azioni, comportamenti che ci aiutino.



*Maura Satta Flores, mamma di due figli, senior communications advisor, è stata manager in multinazionali e ambasciatrice di iniziative sociali e benefiche. È costruttrice di reti sociali e da poco socia di un'azienda agricola e produttrice di vino naturale. La foto"The sweetest vote ever. An MEP cast her vote with her sweet newborn child into her arms" (2015) è tratta dall'account dell'European Parliament su Flickr, in modalità Creative Commons.

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